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martedì 25 settembre 2012

Les Poètes maudits: rubrica a cura di Raccis Fabrizio

foto ritratto Pietro Pancamo
Prima di tutto ben venuto allo scrittore e poeta Pietro Pancamo in questa umile rubrica di poesia “Maudits”, ovvero un piccolo spazio di poesia all'avanguardia che gira nei meandri del web, delle biblioteche, delle librerie diciamo underground alla ricerca di quei poeti, di quegli artisti che nonostante non siano in voga negli ambienti letterari o ai primi posti delle classifiche editoriali, si fanno sentire, e sopratutto si fanno leggere.




La prima domanda viene naturale, la mia curiosità è da cosa e dove nasce il Pietro Pancamo poeta?

   Caro Fabrizio, premesso innanzitutto che rispondere alle sue domande sarà un vero onore per me, le rivelo subito che in realtà sono un prosatore precoce. Non a caso, da giovane, ho iniziato ben presto a buttar giù (per gioco, vale a dire per propensione naturale) piccole novelle.
   E siccome il loro obiettivo principale è sempre stato quello di lavorare intensamente sul linguaggio –così da ottenere esiti in qualche modo simili a quelli della prosa lirica, tipica dell’ultimo Pirandello (autore di cui regolarmente subisco il fascino)– ecco che intorno ai quindici anni si è originato spontaneo, in me, il passaggio alla poesia. Ricordo che si trattò di un periodo molto creativo: il mio cervello sfornava versi in co
ntinuazione, ad ogni ora, senza che io minimamente li cercassi o “propiziassi”.
   Adesso la poesia è una delle tante attività che scandiscono la mia giornata di redattore tuttofare, impegnato senza sosta a scrivere liriche e commenti critici o a correggere quelli degli altri, a costruire e-book, a trafficare con file audio di varie estensioni per tirarne fuori sottofondi musicali, interviste o addirittura trasmissioni. Quindi se oggi continuo a buttar giù strofe e componimenti, seppure assistito da un’“ispirazione” non più torrenziale come prima, è per lavoro, per abitudine e perché la poesia è ormai una vecchia amica per me... e perderla di vista mi dispiacerebbe. Anzi, per legarmi a lei in misura sempre maggiore, oltre che scriverla, la leggo. Fra i miei autori preferiti, quelli (come ad esempio Leonard Cohen) capaci di ottenere, nei propri testi, una perfetta fusione fra ironia e dolore.

Oggi ci sono così tanti poeti, forse come non c'è ne sono stati mai prima. Lei crede che il mondo abbia ancora bisogno di poeti?
   Un bisogno tremendo, ne sono convinto. Ma è necessario, a mio avviso, che i poeti si scelgano un modello preciso.


Che cosa intende per “modello preciso”?

   Beh, sottolineato che quanto sto per dire è in buona percentuale una provocazione per denunciare l’involuzione morale che domina indiscussa il cuore di troppi, fra i “rimatori” di oggi, torno subito al mio ragionamento aggiungendo che una figura di riferimento emblematica e consigliabile potrebbe essere, ad esempio, Madre Teresa di Calcutta. Ovvero un’autentica eroina-scrittrice dei nostri tempi, la quale –oltre a creare versi stupendi– lottava ogni giorno, faticosamente e con ardore straziato, in nome della fede, del mondo e della povera gente, facendo dell’abnegazione la propria bandiera.


Madre Teresa di CALCUTTA?! Il discorso si fa interessante vada avanti..

   Ecco, a tal proposito mi azzardo a ricordare che il compianto teologo Sergio Quinzio non cessava di ripetere che, per completare e rendere operante il sacrificio del Messia, ciascuno di noi è chiamato a salire sulla stessa croce di Gesù, per “inchiodarsi” come Lui ad un supplizio salvifico e immane, ad una morte “filantropica”, materna... e smisurata. Lancinante.
   Un concetto sublime e insieme spaventevole (chi lo nega?!). Teresa, tuttavia, l’aveva compreso sino in fondo: da qui la sua volontà d’immolarsi per gli altri, quotidianamente, e di votarsi, per soccorrerli, ad un olocausto perenne, che la discosta radicalmente da certi poeti in cui, per disgrazia, mi sono imbatt
uto nella città di Milano. So per esperienza diretta che questi tizi avevano eletto la spocchia, e di conseguenza l’egoismo, a stile incontrastato di vita, tanto che pur di affermarsi e garantirsi una carriera brillante in campo letterario, Eran pronti a calpestare chiunque (di tendere la mano, d’offrirsi nobilmente e patire un po’, neanche a parlarne!).
   Va da sé, che simili poeti risulteranno sempre inutili alla specie umana: non potranno darle o insegnarle alcunché, per il semplice motivo che hanno un’anima “brulla”, “incolmabilmente” arida. Ovvio, non che io sia molto più “santo” di loro, non che io mi martirizzi di continuo per aiutare il prossimo! Perlomeno, però, lo rispetto. O al limite ci provo...


Pirandello, Madre Teresa di Calcutta, Leonard Cohen Sono riferimenti letterari abbastanza fuori dal comune. Forse oggi molti giovani poeti o novelli scrittori difficilmente potranno coglierne tutte le sfumature in maniera completa, anche perché possiamo notare i nuovi esempi che portano oggi radio e Tv, come Fabri Fibra, Marracash, personaggi che hanno tra loro un divario immenso a volte sia per il linguaggio per le idee o per il messaggio che questi trasmettono ai giovani oggi.

Ma parliamo dei suoi scritti, la sua visione del mondo nella poesia “il mondo analizzato” sembra una perfetta istantanea di oggi, eppure molti non condividono questa linea di pensiero.
Molti scrittori o pseudo poeti prediligono versioni poetiche meno tragiche o verosimili alla situazione attuale. Lei crede che quando un poeta scrive debba per forza dare diciamo, uno zuccherino al lettore, o meglio addolcirgli la pillola?
   Ai bambini è più che giusto addolcire la pillola (come può testimoniare, facilmente, anche Mary Poppins). Ma agli adulti –almeno in omaggio ad un particolare derivato, assai bonario e alla mano, della lealtà (normalmente conosciuto col nome di solidarietà)– bisogna pur dire che siamo tutti coinvolti nella stessa tempesta, che siamo tutti, insomma, sulla stessa barca. Quella di Caronte?


La morte è silenzio stonato, una frase stupenda dalla sua poesia “Decomposizione Psichica”. Alcuni frammenti dei suoi testi mi rammentano uno dei più grandi scrittori e poeti estinti, Cesare Pavese. Quest'ultimo rientra nelle sue letture quotidiane?

   Di Cesare Pavese conosco diversi racconti, per averli letti con amore. Ma quando ho scritto “Decomposizione psichica”, ero sotto l’influsso di altri autori: io credo in sostanza che alla nascita di questa poesia abbiano contribuito, intrecciandosi e ricombinandosi variamente, suggestioni disparate provenienti da Baudelaire, da Edgar Allan Poe e dalla produzione giovanile (quella compresa fra il 1918 e il ’20) di Federico García Lorca.


Cosa stimola oggi Pietro Pancamo a scrivere poesie, ma sopratutto sono stati d'animo delle volte così pessimisti come nel caso di Poe o Baudelaire a dare vita a poesie immortali, assolute per l'immaginazione e per il sentimento come diceva il celebre Verlaine?

   “Decomposizione psichica” si è materializzata nel mio cervello, mentre filavo in scooter per strade marginali di campagna; “Il mondo analizzato” si è assemblata pian piano nella mia fantasia, mentre affrontavo a passo di carica una micidiale scorciatoia in salita, che collega la circonvallazione di Assisi alla Basilica di San Francesco. Senza contare che molte recensioni le ho scritte, sempre mentalmente, camminando per le vie di Roma o attraversando a piedi i boschi che attorniano il paese in cui risiedo. Eh già: sembra che il movimento mi ispiri. (Dovevo essere futurista, in una vita precedente...).
Per quanto riguarda poi gli stati d’animo, io penso che tutti indistintamente –purché forti, schietti e intensamente sperimentati– possano “scatenare” la nascita di una poesia, di una lirica; nel mio caso, il metodo più infallibile per suscitare l’insorgere di sentimenti così assoluti è ovviamente il bravo scooter di cui sopra, certo, ma in particolare l’esercizio fisico e, per l’esattezza, l’abitudine che ho di marciare nei boschi, lungo sentieri ripidi e scoscesi: quando cammino, infatti, a volte piango, a volte rido, a volte impreco, a volte prego. Intendo dire, insomma, che l’adrenalina del movimento spesso mi provoca uno sblocco emotivo, acuto e sincero, che inevitabilmente mi porta a creare.


La copertina di "Manto di vita" Pietro Pancamo
L(')abile traccia è un percorso che spazia tra più canali, poesie serie, semi-serie e poesie un po' più leggere. Da “ Manto di vita “ la sua raccolta pubblicata nel 2005 a quest'ultima cosa è cambiato nel suo modo di scrivere o di porsi ai suoi lettori?

   Per la verità dalla prima silloge alla seconda non è cambiato molto. Lo prova il fatto che in entrambe le raccolte lavoro innanzitutto sulla figura della similitudine, che mi consente di “escogitare” significati nuovi, magari ironici e fantasiosi (o così mi auguro che siano!).
Coi lettori, invece, il mio rapporto s’ispira oggi ad una maggior immediatezza. Anzi posso dire che è improntato, ormai, a un dialogo aperto e genuino. Si tratta di una conquista cui sono giunto (analogamente a tanti altri autori più o meno sconosciuti come me) grazie ai blog, ai forum, ai messaggi e-mail. In sostanza, al progressivo e provvidenziale imporsi di Internet.


7)Fino a poco tempo fa, molti sostenevano che la poesia fosse morta. Molti dei maggiori “poeti” di oggi hanno spesso compiuto delle crociate televisive come opinionisti del più e del meno, alcuni hanno addirittura portato la poesia nei cabaret volgarizzandola. Lei non crede che la poesia sia stata fin troppo abusata?

   Concordo: spesso gli atteggiamenti dei cosiddetti “maestri” o “decani” lasciano sul serio a desiderare, tanto che le crociate televisive finiscono quasi sempre col rivelarsi niente più che un tentativo alquanto imbarazzante, cui ciascuno di essi indulge, nella speranza di rivitalizzare, davanti al pubblico di massa, non la poesia in genere, ma le proprie opere in particolare (magari qualche silloge uscita da pochi mesi e già in affanno ai “botteghini”). Non c’è dubbio: tessere gli elogi della Musa solo in vista di un profitto personale (o meglio commerciale), significa senz’altro abusare di lei e “stuprarla in diretta.

   Però che i lettori non le siano un granché affezionati, è vero in fin dei conti. Si arriva così ad una grottesca conclusione: il destino paradossale e dunque macabro della poesia, potrebbe essere vuoi descritto, vuoi riassunto a meraviglia dalla formula seguente: abusata, ma non usata –laddove “non usata” sta com’è ovvio per “non letta”, “non frequentata”, “non impiegata” nel modo giusto e più corretto (che sarebbe poi quello di provare a diffonderla non per riempirsi le tasche, bensì per rendere il mondo un po’ migliore e al contempo meno ottusa la mentalità gretta di certi individui).


E' stato un discorso interessante che ha spaziato tra la poesia, il libero dialogo letterario e perché no anche la spiritualità, dato il tenore del discorso e gli elementi citati. Ringrazio Pietro Pancamo con grande stima, per la sua gentilezza e la sua schiettezza nel rispondere alle mie domande. Un autore che merita sicuramente la nostra attenzione data la spiccata originalità e saggezza nell'esprimere in maniera assoluta e immediata le sue idee e la sua acuta forma poetica.