C'è una strana epidemia nella poesia contemporanea, tutti scrivono uguale.
Frasi corte. Pochi aggettivi. Oggetti posati sul tavolo come reperti: una tazza, una finestra, un posacenere. Vietato esagerare. Vietato emozionarsi troppo. Vietato perfino cantare.
Se metti un aggettivo di troppo, ti guardano male.
Se usi una parola rara, ti accusano di essere barocco.
Se osi essere lirico, sei fuori moda.
E così la poesia, che dovrebbe essere il luogo della massima libertà, è diventata una palestra di minimalismo obbligatorio.
Mi chiedo: ma i poeti di una volta facevano così?
Forse Giacomo Leopardi si domandava se avrebbe infastidito i circoli letterari del suo tempo?
Forse Arthur Rimbaud tagliava gli aggettivi per sembrare moderno?
Forse Federico García Lorca frequentava una scuola di scrittura che gli spiegasse come rendere più "asciutta" la luna?
No.
I grandi poeti scrivevano come nessun altro.
Erano eccessivi, oscuri, melodiosi, visionari.
A volte sbagliavano perfino, ma sbagliavano da soli.
Oggi invece ci sono editori che ti spiegano come devi scrivere.
Scuole di scrittura che insegnano una poetica unica.
Laboratori dove l'originalità viene limata fino a diventare compatibile con il mercato.
E alla fine escono libri impeccabili:
senza una sbavatura,
senza una stonatura,
senza un'anima.
La poesia non dovrebbe essere un mobile svedese da montare seguendo le istruzioni.
Dovrebbe essere una casa stregata:
scricchiolare,
avere stanze inutili,
spaventare qualcuno,
e soprattutto assomigliare a chi l'ha costruita.
Perché il giorno in cui tutti i poeti scriveranno bene allo stesso modo,
la poesia avrà smesso di essere viva.

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