Quando gli eroi deludono: il dolore di un lettore davanti alle parole di Erri De Luca
Ho scritto un post su Facebook che, nel giro di poche ore, ha superato un milione e mezzo di visualizzazioni. Non mi aspettavo una simile eco. Era nato come uno sfogo sincero, quasi istintivo, dettato dalla rabbia e soprattutto dalla delusione profonda provata dopo aver letto alcune dichiarazioni di uno degli scrittori che più ho ammirato nella mia vita: Erri De Luca.
Per me non è mai stato soltanto un autore. È stato un simbolo. Ho iniziato a leggerlo da adolescente, quando cercavo nelle parole degli altri qualcosa che sapesse parlare anche della mia realtà. La sua storia mi aveva colpito profondamente: un uomo passato dai cantieri edili alle pagine dei più grandi editori, un operaio diventato scrittore senza mai perdere, almeno ai miei occhi, uno sguardo rivolto verso gli ultimi, verso chi vive ai margini, verso chi lotta ogni giorno per sopravvivere. Mi identificavo in lui anche per questo. Anch’io, come lui, ho conosciuto la fatica dei cantieri, il peso della polvere addosso, il silenzio stanco di certe giornate da operaio.
Per anni ho visto in lui una voce libera, coerente, capace di difendere ideali scomodi e di prendere posizione contro le ingiustizie. Ed è proprio per questo che le sue dichiarazioni mi hanno ferito così tanto. Leggere parole che esprimevano vicinanza al sionismo e negavano l’esistenza di un genocidio a Gaza ha provocato in me un senso di smarrimento difficile da spiegare. Perché quando certe affermazioni arrivano da chi hai sempre considerato un riferimento morale, il colpo pesa di più.
È vero anche che, il giorno successivo, sulla sua pagina Facebook, De Luca ha cercato di chiarire meglio il significato delle sue parole, correggendo in parte il tiro sulla sua definizione di “sionista” e dichiarando rispetto per gli attivisti e per le vittime palestinesi. E questo, almeno in parte, merita di essere riconosciuto. Ma resta il fatto che quelle prime parole avevano già lasciato un segno.
Col passare delle ore, il mio post ha iniziato a diffondersi ovunque. Migliaia di condivisioni, oltre ottomila commenti, discussioni accese. A un certo punto mi sono sentito quasi travolto dalla situazione. Molte persone hanno espresso dissenso civile, altre invece si sono lasciate andare a insulti pesanti, sia nei confronti dello scrittore sia nei miei. Ed è lì che ho iniziato a provare anche un senso di colpa.
Quando avevo scritto quella frase sui libri, il mio intento era sarcastico: volevo esprimere la delusione di un lettore nei confronti di un autore che aveva sempre amato. Ma sui social tutto si amplifica, tutto viene interpretato in modi diversi. In mezzo a centinaia di migliaia di persone, è inevitabile che il significato originario si perda, venga deformato o strumentalizzato.
Mi sono chiesto allora se, per chi ha un’enorme esposizione pubblica, esista anche una responsabilità diversa nel peso delle parole. Forse, in certi momenti, sarebbe meglio riflettere più a lungo prima di rilasciare dichiarazioni che rischiano di essere usate per screditare ulteriormente un popolo già devastato dal dolore e dalla guerra. Perché oggi ogni parola pronunciata da un intellettuale, da un artista, da un personaggio pubblico, può diventare un’arma nelle mani di qualcuno.
Allo stesso tempo, però, mi è dispiaciuto vedere come il dibattito si sia trasformato in una sorta di gogna mediatica. Non era quello che volevo. Criticare un’idea o prendere le distanze da certe affermazioni è legittimo; trasformare una persona in bersaglio dell’odio collettivo è un’altra cosa. E credo sia importante non perdere mai questo confine.
In questi giorni ho visto anche molti personaggi pubblici fare da scudo a posizioni che, dal mio punto di vista, restano difficili da accettare. Ma al di là delle opinioni politiche, ciò che continuo a chiedermi è un’altra cosa: fino a dove arriva il rapporto tra lettore e scrittore? Tra artista e pubblico?
Un lettore deve forse tacere per rispetto del proprio “mito”? Dobbiamo sentirci inferiori, incapaci di dissentire, solo perché davanti a noi c’è uno scrittore famoso, un attore, un cantante, qualcuno che abbiamo ammirato? Io credo di no. Credo che si possa continuare ad amare i libri di un autore e, allo stesso tempo, sentirsi feriti dalle sue parole. Credo che il dissenso, quando nasce da una riflessione sincera e non dall’odio, sia un diritto. Anche nei confronti dei propri eroi.
Forse crescere significa anche questo: accettare che gli artisti che ci hanno accompagnato nella vita restano esseri umani, con le loro contraddizioni, i loro errori e le loro fragilità. E accettare, allo stesso tempo, che anche un lettore abbia il diritto di sentirsi deluso, di parlarne e di non restare in silenzio.
Fabrizio Raccis

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