L’11 febbraio 1996 Amelia Rosselli scelse di lasciare il mondo gettandosi dalla finestra del suo appartamento di via del Corallo, nel centro di Roma, tra pareti di legno e scaffali carichi di libri. Aveva sessantacinque anni.Non fu un gesto improvviso né teatrale. Fu, piuttosto, l’ultimo atto di una sofferenza lunga, stratificata, che l’aveva accompagnata per gran parte della vita. Amelia conviveva da anni con una fragilità psichica profonda, fatta di depressione, paure, ricoveri, isolamento. Chi le era vicino sapeva quanto fosse sottile il filo che la teneva legata alla realtà, e quanto la scrittura fosse per lei insieme rifugio e campo di battaglia.
La data non era casuale. L’11 febbraio 1963 si era tolta la vita Sylvia Plath, poeta che Rosselli amava intensamente. In quel giorno condiviso molti hanno visto un gesto simbolico, quasi un’estrema forma di appartenenza, un dialogo silenzioso tra due voci ferite che avevano trasformato il dolore in lingua.
Ma la sua storia non comincia né finisce lì.
Figlia di Carlo Rosselli, assassinato dai fascisti quando Amelia era ancora bambina, crebbe nell’esilio, tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti. L’infanzia spezzata, la perdita, lo sradicamento: tutto questo entrò nella sua poesia come frattura ritmica, come interferenza linguistica, come ricerca spasmodica di un ordine possibile nel caos. Scriveva in più lingue, le faceva collidere, le piegava a una musica interiore unica, aspra e luminosa.
Amelia Rosselli non è il suo suicidio.
È la voce che ha attraversato la guerra e l’esilio, la mente che ha trasformato la dissonanza in struttura poetica, la donna che ha abitato la parola con un’intensità quasi insostenibile.
L’11 febbraio resta una data dolorosa.
Ma ciò che continua a vivere è la sua lingua — inquieta, spezzata, necessaria — che ancora oggi ci interroga con la stessa, fragile, forza.
Fabrizio Raccis

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