Translate

SEGUICI SU YOUTUBE

giovedì 17 settembre 2026

𝓢𝓮𝓽𝓽𝓮 𝓡𝓪𝓹𝓼𝓸𝓭𝓲𝓮 𝓐𝓵𝓵𝓪 𝓣𝓮𝓻𝓻𝓪 | Fabrizio Raccis


I. Sardegna

La Sardegna non è un’isola,
è una ferita
che il mare non riesce a chiudere.

Rovi purpurei
che sanno di mirto,
di vento e sangue antico.

Qui anche le pietre
hanno memoria
e nessuno osa domandare
cosa ricordino.



II. Nuraghe

Nel ventre del nuraghe
dorme ancora un Dio.

Ha gli occhi di bronzo
e una voce di vento.

Ogni notte
sale dalle pietre
per chiamare i morti.

Ma i morti
non rispondono quasi mai
.

Hanno imparato
a tacere come noi.

III. Cagliari

Cagliari al tramonto
sembra una donna
che ha pianto in silenzio.

Castello si accende
sopra il mare
come una vecchia cicatrice.

Io cammino.

E nelle strade strette
ritrovo tutti quelli
che ho perduto.

Anche me stesso.



IV. Sarrabus

Nel Sarrabus
la notte scende lenta e umida.

Tra gli ulivi
qualcuno sussurra
i nomi non chiamati.

Non è paura.

È la terra
che conta i suoi figli come le pecore
prima di dormire.


V. Maestrale

Il maestrale
non è vento.

È un vecchio
che viene dal mare
a ricordarci
che niente resta fermo.

Sbatte le porte,
strappa le foglie,
porta via i mali del mondo.

Poi se ne va.

E lascia la Sardegna
più sola di prima.


martedì 23 giugno 2026

Lo scrittore perfetto non esiste. Ma il suo avatar sì.


C’è una nuova moda che sta prendendo piede sui social e nel mondo del self publishing: creare uno scrittore perfetto grazie all’intelligenza artificiale.

Non sto parlando di usare l’IA per correggere un testo o per cercare idee. No. Parlo di costruire da zero un personaggio: un volto, un corpo, una vita apparentemente invidiabile. Una persona che, in realtà, non esiste.
Ed ecco comparire ragazze bellissime che si fotografano in ogni angolo del pianeta. Oggi leggono un libro a Parigi, domani sorseggiano vino a Santorini, dopodomani scrivono poesie davanti a un tramonto a Bali. Sempre perfette, sempre sorridenti, sempre misteriosamente profonde.
Oppure lui: addominali scolpiti, barba curata, sguardo malinconico e camicia sbottonata. Un giorno in palestra, il giorno dopo in Ferrari, quello dopo ancora mentre firma copie del suo ultimo romanzo che promette di cambiare la vita ai lettori.

Sotto ogni post migliaia di commenti:

«Sei bellissima, dove posso comprare il tuo libro?»
«Che uomo incredibile! Sei la prova che esistono ancora i veri scrittori.»
«Vorrei essere come te.»

E qui viene il bello.

Perché magari il libro nessuno l’ha letto davvero. Magari è mediocre, magari è stato scritto a metà da un algoritmo, magari è soltanto l’ennesimo prodotto confezionato per cavalcare una tendenza.

Ma non importa.

Perché oggi sembra che conti più l’autore del libro. Anzi, no.
Conta il personaggio.

Lo scrittore del passato passava anni a trovare una voce. Quello moderno spesso passa più tempo a scegliere il filtro giusto, la posa migliore e la frase motivazionale da piazzare sotto la foto.
La letteratura, che un tempo era un incontro tra anime, rischia di trasformarsi in una sfilata di avatar.

sabato 13 giugno 2026

L'epidemia della poesia moderna




C'è una strana epidemia nella poesia contemporanea, tutti scrivono uguale.

Frasi corte. Pochi aggettivi. Oggetti posati sul tavolo come reperti: una tazza, una finestra, un posacenere. Vietato esagerare. Vietato emozionarsi troppo. Vietato perfino cantare.

Se metti un aggettivo di troppo, ti guardano male.
Se usi una parola rara, ti accusano di essere barocco.
Se osi essere lirico, sei fuori moda.

E così la poesia, che dovrebbe essere il luogo della massima libertà, è diventata una palestra di minimalismo obbligatorio.

Mi chiedo: ma i poeti di una volta facevano così?

Forse Giacomo Leopardi si domandava se avrebbe infastidito i circoli letterari del suo tempo?
Forse Arthur Rimbaud tagliava gli aggettivi per sembrare moderno?
Forse Federico García Lorca frequentava una scuola di scrittura che gli spiegasse come rendere più "asciutta" la luna?

No.

I grandi poeti scrivevano come nessun altro.
Erano eccessivi, oscuri, melodiosi, visionari.
A volte sbagliavano perfino, ma sbagliavano da soli.

Oggi invece ci sono editori che ti spiegano come devi scrivere.
Scuole di scrittura che insegnano una poetica unica.
Laboratori dove l'originalità viene limata fino a diventare compatibile con il mercato.
E alla fine escono libri impeccabili:
senza una sbavatura,
senza una stonatura,
senza un'anima.

La poesia non dovrebbe essere un mobile svedese da montare seguendo le istruzioni.

Dovrebbe essere una casa stregata:
scricchiolare,
avere stanze inutili,
spaventare qualcuno,
e soprattutto assomigliare a chi l'ha costruita.
Perché il giorno in cui tutti i poeti scriveranno bene allo stesso modo,
la poesia avrà smesso di essere viva.