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sabato 13 giugno 2026

L'epidemia della poesia moderna




C'è una strana epidemia nella poesia contemporanea, tutti scrivono uguale.

Frasi corte. Pochi aggettivi. Oggetti posati sul tavolo come reperti: una tazza, una finestra, un posacenere. Vietato esagerare. Vietato emozionarsi troppo. Vietato perfino cantare.

Se metti un aggettivo di troppo, ti guardano male.
Se usi una parola rara, ti accusano di essere barocco.
Se osi essere lirico, sei fuori moda.

E così la poesia, che dovrebbe essere il luogo della massima libertà, è diventata una palestra di minimalismo obbligatorio.

Mi chiedo: ma i poeti di una volta facevano così?

Forse Giacomo Leopardi si domandava se avrebbe infastidito i circoli letterari del suo tempo?
Forse Arthur Rimbaud tagliava gli aggettivi per sembrare moderno?
Forse Federico García Lorca frequentava una scuola di scrittura che gli spiegasse come rendere più "asciutta" la luna?

No.

I grandi poeti scrivevano come nessun altro.
Erano eccessivi, oscuri, melodiosi, visionari.
A volte sbagliavano perfino, ma sbagliavano da soli.

Oggi invece ci sono editori che ti spiegano come devi scrivere.
Scuole di scrittura che insegnano una poetica unica.
Laboratori dove l'originalità viene limata fino a diventare compatibile con il mercato.
E alla fine escono libri impeccabili:
senza una sbavatura,
senza una stonatura,
senza un'anima.

La poesia non dovrebbe essere un mobile svedese da montare seguendo le istruzioni.

Dovrebbe essere una casa stregata:
scricchiolare,
avere stanze inutili,
spaventare qualcuno,
e soprattutto assomigliare a chi l'ha costruita.
Perché il giorno in cui tutti i poeti scriveranno bene allo stesso modo,
la poesia avrà smesso di essere viva.


mercoledì 27 maggio 2026

Erri De Luca, Gaza e la delusione di chi lo ha sempre amato


Quando gli eroi deludono: il dolore di un lettore davanti alle parole di Erri De Luca


Ho scritto un post su Facebook che, nel giro di poche ore, ha superato un milione e mezzo di visualizzazioni. Non mi aspettavo una simile eco. Era nato come uno sfogo sincero, quasi istintivo, dettato dalla rabbia e soprattutto dalla delusione profonda provata dopo aver letto alcune dichiarazioni di uno degli scrittori che più ho ammirato nella mia vita: Erri De Luca.

Per me non è mai stato soltanto un autore. È stato un simbolo. Ho iniziato a leggerlo da adolescente, quando cercavo nelle parole degli altri qualcosa che sapesse parlare anche della mia realtà. La sua storia mi aveva colpito profondamente: un uomo passato dai cantieri edili alle pagine dei più grandi editori, un operaio diventato scrittore senza mai perdere, almeno ai miei occhi, uno sguardo rivolto verso gli ultimi, verso chi vive ai margini, verso chi lotta ogni giorno per sopravvivere. Mi identificavo in lui anche per questo. Anch’io, come lui, ho conosciuto la fatica dei cantieri, il peso della polvere addosso, il silenzio stanco di certe giornate da operaio.

Per anni ho visto in lui una voce libera, coerente, capace di difendere ideali scomodi e di prendere posizione contro le ingiustizie. Ed è proprio per questo che le sue dichiarazioni mi hanno ferito così tanto. Leggere parole che esprimevano vicinanza al sionismo e negavano l’esistenza di un genocidio a Gaza ha provocato in me un senso di smarrimento difficile da spiegare. Perché quando certe affermazioni arrivano da chi hai sempre considerato un riferimento morale, il colpo pesa di più.

È vero anche che, il giorno successivo, sulla sua pagina Facebook, De Luca ha cercato di chiarire meglio il significato delle sue parole, correggendo in parte il tiro sulla sua definizione di “sionista” e dichiarando rispetto per gli attivisti e per le vittime palestinesi. E questo, almeno in parte, merita di essere riconosciuto. Ma resta il fatto che quelle prime parole avevano già lasciato un segno.

mercoledì 11 febbraio 2026

Amelia Rosselli: La voce che ha attraversato la guerra e l'esilio


L’11 febbraio 1996 Amelia Rosselli scelse di lasciare il mondo gettandosi dalla finestra del suo appartamento di via del Corallo, nel centro di Roma, tra pareti di legno e scaffali carichi di libri. Aveva sessantacinque anni.Non fu un gesto improvviso né teatrale. Fu, piuttosto, l’ultimo atto di una sofferenza lunga, stratificata, che l’aveva accompagnata per gran parte della vita. Amelia conviveva da anni con una fragilità psichica profonda, fatta di depressione, paure, ricoveri, isolamento. Chi le era vicino sapeva quanto fosse sottile il filo che la teneva legata alla realtà, e quanto la scrittura fosse per lei insieme rifugio e campo di battaglia.

La data non era casuale. L’11 febbraio 1963 si era tolta la vita Sylvia Plath, poeta che Rosselli amava intensamente. In quel giorno condiviso molti hanno visto un gesto simbolico, quasi un’estrema forma di appartenenza, un dialogo silenzioso tra due voci ferite che avevano trasformato il dolore in lingua.
Ma la sua storia non comincia né finisce lì.
Figlia di Carlo Rosselli, assassinato dai fascisti quando Amelia era ancora bambina, crebbe nell’esilio, tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti. L’infanzia spezzata, la perdita, lo sradicamento: tutto questo entrò nella sua poesia come frattura ritmica, come interferenza linguistica, come ricerca spasmodica di un ordine possibile nel caos. Scriveva in più lingue, le faceva collidere, le piegava a una musica interiore unica, aspra e luminosa.
Amelia Rosselli non è il suo suicidio.
È la voce che ha attraversato la guerra e l’esilio, la mente che ha trasformato la dissonanza in struttura poetica, la donna che ha abitato la parola con un’intensità quasi insostenibile.
L’11 febbraio resta una data dolorosa.
Ma ciò che continua a vivere è la sua lingua — inquieta, spezzata, necessaria — che ancora oggi ci interroga con la stessa, fragile, forza.


Fabrizio Raccis