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martedì 23 giugno 2026

Lo scrittore perfetto non esiste. Ma il suo avatar sì.


C’è una nuova moda che sta prendendo piede sui social e nel mondo del self publishing: creare uno scrittore perfetto grazie all’intelligenza artificiale.

Non sto parlando di usare l’IA per correggere un testo o per cercare idee. No. Parlo di costruire da zero un personaggio: un volto, un corpo, una vita apparentemente invidiabile. Una persona che, in realtà, non esiste.
Ed ecco comparire ragazze bellissime che si fotografano in ogni angolo del pianeta. Oggi leggono un libro a Parigi, domani sorseggiano vino a Santorini, dopodomani scrivono poesie davanti a un tramonto a Bali. Sempre perfette, sempre sorridenti, sempre misteriosamente profonde.
Oppure lui: addominali scolpiti, barba curata, sguardo malinconico e camicia sbottonata. Un giorno in palestra, il giorno dopo in Ferrari, quello dopo ancora mentre firma copie del suo ultimo romanzo che promette di cambiare la vita ai lettori.

Sotto ogni post migliaia di commenti:

«Sei bellissima, dove posso comprare il tuo libro?»
«Che uomo incredibile! Sei la prova che esistono ancora i veri scrittori.»
«Vorrei essere come te.»

E qui viene il bello.

Perché magari il libro nessuno l’ha letto davvero. Magari è mediocre, magari è stato scritto a metà da un algoritmo, magari è soltanto l’ennesimo prodotto confezionato per cavalcare una tendenza.

Ma non importa.

Perché oggi sembra che conti più l’autore del libro. Anzi, no.
Conta il personaggio.

Lo scrittore del passato passava anni a trovare una voce. Quello moderno spesso passa più tempo a scegliere il filtro giusto, la posa migliore e la frase motivazionale da piazzare sotto la foto.
La letteratura, che un tempo era un incontro tra anime, rischia di trasformarsi in una sfilata di avatar.

sabato 13 giugno 2026

L'epidemia della poesia moderna




C'è una strana epidemia nella poesia contemporanea, tutti scrivono uguale.

Frasi corte. Pochi aggettivi. Oggetti posati sul tavolo come reperti: una tazza, una finestra, un posacenere. Vietato esagerare. Vietato emozionarsi troppo. Vietato perfino cantare.

Se metti un aggettivo di troppo, ti guardano male.
Se usi una parola rara, ti accusano di essere barocco.
Se osi essere lirico, sei fuori moda.

E così la poesia, che dovrebbe essere il luogo della massima libertà, è diventata una palestra di minimalismo obbligatorio.

Mi chiedo: ma i poeti di una volta facevano così?

Forse Giacomo Leopardi si domandava se avrebbe infastidito i circoli letterari del suo tempo?
Forse Arthur Rimbaud tagliava gli aggettivi per sembrare moderno?
Forse Federico García Lorca frequentava una scuola di scrittura che gli spiegasse come rendere più "asciutta" la luna?

No.

I grandi poeti scrivevano come nessun altro.
Erano eccessivi, oscuri, melodiosi, visionari.
A volte sbagliavano perfino, ma sbagliavano da soli.

Oggi invece ci sono editori che ti spiegano come devi scrivere.
Scuole di scrittura che insegnano una poetica unica.
Laboratori dove l'originalità viene limata fino a diventare compatibile con il mercato.
E alla fine escono libri impeccabili:
senza una sbavatura,
senza una stonatura,
senza un'anima.

La poesia non dovrebbe essere un mobile svedese da montare seguendo le istruzioni.

Dovrebbe essere una casa stregata:
scricchiolare,
avere stanze inutili,
spaventare qualcuno,
e soprattutto assomigliare a chi l'ha costruita.
Perché il giorno in cui tutti i poeti scriveranno bene allo stesso modo,
la poesia avrà smesso di essere viva.


mercoledì 27 maggio 2026

Erri De Luca, Gaza e la delusione di chi lo ha sempre amato


Quando gli eroi deludono: il dolore di un lettore davanti alle parole di Erri De Luca


Ho scritto un post su Facebook che, nel giro di poche ore, ha superato un milione e mezzo di visualizzazioni. Non mi aspettavo una simile eco. Era nato come uno sfogo sincero, quasi istintivo, dettato dalla rabbia e soprattutto dalla delusione profonda provata dopo aver letto alcune dichiarazioni di uno degli scrittori che più ho ammirato nella mia vita: Erri De Luca.

Per me non è mai stato soltanto un autore. È stato un simbolo. Ho iniziato a leggerlo da adolescente, quando cercavo nelle parole degli altri qualcosa che sapesse parlare anche della mia realtà. La sua storia mi aveva colpito profondamente: un uomo passato dai cantieri edili alle pagine dei più grandi editori, un operaio diventato scrittore senza mai perdere, almeno ai miei occhi, uno sguardo rivolto verso gli ultimi, verso chi vive ai margini, verso chi lotta ogni giorno per sopravvivere. Mi identificavo in lui anche per questo. Anch’io, come lui, ho conosciuto la fatica dei cantieri, il peso della polvere addosso, il silenzio stanco di certe giornate da operaio.

Per anni ho visto in lui una voce libera, coerente, capace di difendere ideali scomodi e di prendere posizione contro le ingiustizie. Ed è proprio per questo che le sue dichiarazioni mi hanno ferito così tanto. Leggere parole che esprimevano vicinanza al sionismo e negavano l’esistenza di un genocidio a Gaza ha provocato in me un senso di smarrimento difficile da spiegare. Perché quando certe affermazioni arrivano da chi hai sempre considerato un riferimento morale, il colpo pesa di più.

È vero anche che, il giorno successivo, sulla sua pagina Facebook, De Luca ha cercato di chiarire meglio il significato delle sue parole, correggendo in parte il tiro sulla sua definizione di “sionista” e dichiarando rispetto per gli attivisti e per le vittime palestinesi. E questo, almeno in parte, merita di essere riconosciuto. Ma resta il fatto che quelle prime parole avevano già lasciato un segno.