Translate

SEGUICI SU YOUTUBE

giovedì 5 novembre 2026

Fiesta di Ernest Hemingway: cent'anni di disincanto e di vite smarrite


 Nel 1926 Ernest Hemingway pubblicava Fiesta (The Sun Also Rises), un romanzo destinato a diventare uno dei manifesti letterari del Novecento. A cent'anni dalla sua uscita, quelle pagine conservano intatta la loro capacità di raccontare l'inquietudine di un'intera generazione, quella dei giovani sopravvissuti alla Grande Guerra, incapaci di ritrovare un posto nel mondo e, forse, persino dentro sé stessi.

Tra le notti parigine, le conversazioni nei caffè, i viaggi e le corride spagnole, Hemingway costruisce un'umanità inquieta, apparentemente libera, ma profondamente ferita. Jake Barnes e Brett Ashley, insieme agli altri protagonisti, si muovono in un paesaggio sentimentale fatto di amori impossibili, alcol, amicizie fragili e continue fughe. Viaggiano molto, ma sembrano non arrivare mai da nessuna parte.

È proprio questa la grande intuizione di Hemingway: raccontare il vuoto senza necessariamente nominarlo, lasciare che siano i gesti, i silenzi e i dialoghi essenziali a restituire il peso delle esistenze. La sua prosa asciutta, quasi spoglia, nasconde una malinconia che non ha bisogno di compiacersi del dolore.

Fiesta non è soltanto il ritratto della cosiddetta generazione perduta, ma anche una riflessione sulla difficoltà di amare, sulla disillusione e sull'impossibilità di tornare davvero quelli che eravamo prima delle nostre guerre, personali o collettive.

A cento anni di distanza, Hemingway continua a parlarci proprio per questo. Perché, in fondo, ogni epoca produce i propri disillusi, i propri inquieti, uomini e donne che cercano nella vita qualcosa a cui aggrapparsi, pur sapendo che non sempre esiste una risposta.

E forse è questa la lezione più amara e autentica di Fiesta: si può continuare a viaggiare, bere, amare e festeggiare, anche quando dentro di noi qualcosa si è irrimediabilmente fermato.


Se Hemingway raccontasse il nostro tempo


Viene spontaneo chiedersi cosa avrebbe scritto Hemingway se fosse vissuto nel nostro tempo. Quali sarebbero state le sue Parigi e Pamplona? Dove avrebbe cercato i suoi Jake Barnes e Brett Ashley? Forse li avrebbe incontrati nei bar affollati delle nostre metropoli, seduti davanti a uno smartphone, intenti a raccontarsi una felicità che non possiedono, oppure in qualche aeroporto internazionale, luoghi di passaggio dove milioni di persone transitano senza sapere davvero verso cosa stiano andando.

La generazione perduta di Hemingway aveva conosciuto la guerra, ne portava addosso le ferite e cercava nell'eccesso, nell'amore e nel viaggio una forma di risarcimento. La nostra, pur vivendo in un contesto storico profondamente diverso, sembra conoscere un'altra forma di smarrimento: quello di un'esistenza continuamente esposta, documentata, condivisa, nella quale tutto deve essere mostrato e quasi nulla sembra essere davvero vissuto. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicare, ma non necessariamente quelle di comprenderci. Siamo sempre connessi eppure, spesso, irrimediabilmente soli.

Hemingway, probabilmente, avrebbe guardato con attenzione proprio questa contraddizione. Non si sarebbe lasciato sedurre dalla superficie tecnologica del nostro tempo, ma avrebbe cercato l'uomo nascosto dietro lo schermo, le sue paure, le sue piccole vigliaccherie, il bisogno disperato di essere amato e riconosciuto. Avrebbe raccontato le nuove forme di fuga, le relazioni consumate con la stessa rapidità con cui si scorre una fotografia, il culto dell'apparenza e quella strana incapacità contemporanea di restare soli con i propri pensieri.

giovedì 17 settembre 2026

𝓢𝓮𝓽𝓽𝓮 𝓡𝓪𝓹𝓼𝓸𝓭𝓲𝓮 𝓐𝓵𝓵𝓪 𝓣𝓮𝓻𝓻𝓪 | Fabrizio Raccis


I. Sardegna

La Sardegna non è un’isola,
è una ferita
che il mare non riesce a chiudere.

Rovi purpurei
che sanno di mirto,
di vento e sangue antico.

Qui anche le pietre
hanno memoria
e nessuno osa domandare
cosa ricordino.



II. Nuraghe

Nel ventre del nuraghe
dorme ancora un Dio.

Ha gli occhi di bronzo
e una voce di vento.

Ogni notte
sale dalle pietre
per chiamare i morti.

Ma i morti
non rispondono quasi mai
.

Hanno imparato
a tacere come noi.

III. Cagliari

Cagliari al tramonto
sembra una donna
che ha pianto in silenzio.

Castello si accende
sopra il mare
come una vecchia cicatrice.

Io cammino.

E nelle strade strette
ritrovo tutti quelli
che ho perduto.

Anche me stesso.



IV. Sarrabus

Nel Sarrabus
la notte scende lenta e umida.

Tra gli ulivi
qualcuno sussurra
i nomi non chiamati.

Non è paura.

È la terra
che conta i suoi figli come le pecore
prima di dormire.


V. Maestrale

Il maestrale
non è vento.

È un vecchio
che viene dal mare
a ricordarci
che niente resta fermo.

Sbatte le porte,
strappa le foglie,
porta via i mali del mondo.

Poi se ne va.

E lascia la Sardegna
più sola di prima.


martedì 23 giugno 2026

Lo scrittore perfetto non esiste. Ma il suo avatar sì.


C’è una nuova moda che sta prendendo piede sui social e nel mondo del self publishing: creare uno scrittore perfetto grazie all’intelligenza artificiale.

Non sto parlando di usare l’IA per correggere un testo o per cercare idee. No. Parlo di costruire da zero un personaggio: un volto, un corpo, una vita apparentemente invidiabile. Una persona che, in realtà, non esiste.
Ed ecco comparire ragazze bellissime che si fotografano in ogni angolo del pianeta. Oggi leggono un libro a Parigi, domani sorseggiano vino a Santorini, dopodomani scrivono poesie davanti a un tramonto a Bali. Sempre perfette, sempre sorridenti, sempre misteriosamente profonde.
Oppure lui: addominali scolpiti, barba curata, sguardo malinconico e camicia sbottonata. Un giorno in palestra, il giorno dopo in Ferrari, quello dopo ancora mentre firma copie del suo ultimo romanzo che promette di cambiare la vita ai lettori.

Sotto ogni post migliaia di commenti:

«Sei bellissima, dove posso comprare il tuo libro?»
«Che uomo incredibile! Sei la prova che esistono ancora i veri scrittori.»
«Vorrei essere come te.»

E qui viene il bello.

Perché magari il libro nessuno l’ha letto davvero. Magari è mediocre, magari è stato scritto a metà da un algoritmo, magari è soltanto l’ennesimo prodotto confezionato per cavalcare una tendenza.

Ma non importa.

Perché oggi sembra che conti più l’autore del libro. Anzi, no.
Conta il personaggio.

Lo scrittore del passato passava anni a trovare una voce. Quello moderno spesso passa più tempo a scegliere il filtro giusto, la posa migliore e la frase motivazionale da piazzare sotto la foto.
La letteratura, che un tempo era un incontro tra anime, rischia di trasformarsi in una sfilata di avatar.