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sabato 29 novembre 2025

Il lato oscuro di Stranger Things: la verità proibita dietro il Progetto Montauk, Filadelfia e Nina


Tutti pensano che Stranger Things sia solo una serie di fantasia: ragazzini in bicicletta, mostri interdimensionali e laboratori segreti.

Ma pochissimi sanno che l’idea nasce da una leggenda americana così inquietante da far impallidire qualsiasi sceneggiatore di Hollywood: il Progetto Montauk, una storia che affiora dagli anni ’80 come un relitto maledetto.

Montauk: la base dove l’incubo nacque davvero

Secondo gli appassionati di cospirazioni (e secondo alcuni “esperti” che giurano di averci lavorato), negli anni della Guerra Fredda gli Stati Uniti avrebbero trasformato Camp Hero — un’enorme base militare sulla punta di Long Island — in un laboratorio clandestino dove si sperimentavano tecniche che nessuna legge avrebbe potuto approvare.

Si parlava di:

  • guerra psicologica avanzata,

  • manipolazione della mente dei bambini,

  • creazione di individui dotati di abilità extrasensoriali,

  • portali verso dimensioni parallele,

  • viaggi nel tempo,

  • e persino contatti con entità non umane.

Molti affermano ancora oggi che, avvicinandosi alla base, si avvertano ronzii metallici provenire da sottoterra — come se i macchinari non fossero mai stati spenti del tutto.

Ma Montauk non fu il primo orrore: l’ombra dell’Esperimento di Filadelfia

Il mito che ha ispirato Stranger Things nasce molto prima, negli anni ’40, durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il famigerato Esperimento di Filadelfia sarebbe stato il vero battesimo del terrore scientifico.

Secondo la leggenda, la marina statunitense tentò di rendere invisibile ai radar la nave USS Eldridge.
Ma qualcosa andò terribilmente storto.

Le testimonianze parlano di:

  • marinai teletrasportati a chilometri di distanza,

  • uomini impazziti all’istante,

  • soldati fusi con l’acciaio della nave, come risucchiati in un incubo lovecraftiano,

  • bagliori verdi,

  • anomalie temporali,

  • e un silenzio immediato e pesante imposto dal governo.

Tutto questo venne raccontato da un uomo misterioso: Carlos Miguel Allende, un presunto testimone che sosteneva addirittura di aver parlato con Einstein, il quale gli avrebbe spiegato per settimane come manipolare la velocità della luce.

Sembra assurdo? Certo.
Ma quanto di tutto questo è davvero impossibile?


Curiosità e frammenti perduti della leggenda

  • Molti turisti che visitano Montauk riferiscono sensazioni di forte vertigine vicino ai vecchi bunker.

  • Un ex tecnico della base affermò che sotto Camp Hero ci fossero almeno sette livelli sotterranei mai registrati dalle mappe ufficiali.

  • Alcuni residenti raccontano di aver visto negli anni ’80 ragazzini in camicia da ospedale aggirarsi tra i boschi come ombre fuggite da un incubo.

  • Secondo un documento informale circolato tra i cospirazionisti, uno degli esperimenti avrebbe creato una “creatura di energia”, un’entità simile a un’ombra vivente che sfuggì al controllo degli scienziati.

Sembra la trama di Stranger Things, vero?
Eppure queste storie circolavano molto prima che Netflix esistesse.



“Nina”: il progetto nell’ombra (reale o narrativo?)

Il nome “Nina” compare nell’immaginario di Stranger Things come titolo di un programma top-secret — un esperimento disperato per ripristinare poteri perduti e sondare il passato con mezzi proibiti. Screen Rant+1
Ma, nella cultura del paranormale e della guerra psicologica, “Nina” richiama anche figure reali: come quella di Nina Kulagina, donna russa attiva negli anni ’60–’70 che sosteneva di possedere poteri psichici (psicocinesi), ovvero la capacità di spostare oggetti con la mente. I servizi dell’epoca — sovietici e occidentali — osservarono le sue dimostrazioni con interesse. judgmentcallpodcast.com+1

Per alcuni teorici del complotto, “Nina” non sarebbe solo un nome evocativo: potrebbe essere un riferimento velato a ricerche reali su fenomeni psichici, una traccia che collega i segreti della Guerra Fredda alle storie che alimentano l’immaginario pop. Geopop+1

Secondo certe versioni — prive di conferme concrete, ma diffuse in circoli di appassionati — ci sarebbero stati presunti esperimenti su bambini, manipolazioni mentali, isolamento sensoriale, tentativi di creare “armi psichiche”. Esperimenti coperti da silenzi e bunker, coltivati nella paranoia del potere. UFO e Misteri dal Mondo+1


La riflessione finale: la realtà è più spaventosa della fiction

Stranger Things fa paura.
Ma ciò che inquieta davvero è che la serie non è nata dal nulla: attinge a testimonianze reali, leggende, documenti sussurrati, segreti militari mai chiariti.

Forse Montauk è solo un mito.
Forse l’Esperimento di Filadelfia è stato un gigantesco fraintendimento.

Ma la verità è semplice e terribile:
la storia umana è piena di esperimenti nascosti, operazioni segrete, progetti mai dichiarati.
E ogni volta che un governo gioca con cose più grandi di lui — mente, spazio, tempo — nascono leggende che nessuna serie potrà mai eguagliare.

Perché, alla fine, il vero orrore non è ciò che vediamo sullo schermo.
Il vero orrore è tutto ciò che non ci hanno mai raccontato.

giovedì 20 novembre 2025

Paolini, la poesia come escapologia dal manicomio


È morto a 92 anni Alberto Paolini, scrittore e poeta che da bambino venne internato in manicomio senza alcuna diagnosi di malattia mentale. Per oltre vent’anni, dopo la chiusura dell’Ospedale Psichiatrico di Roma, Paolini ha dedicato la vita a raccontare ciò che aveva visto e subìto, diventando una delle voci più limpide e dolorose della memoria manicomiale italiana prima della legge Basaglia.

L’escapologia — l’arte di liberarsi da costrizioni fisiche come catene, corde o camicie di forza — è tradizionalmente associata al grande Houdini. Ma se l’illusionista sfidava i vincoli davanti al pubblico, per Paolini l’evasione è stata soprattutto interiore: un incessante tentativo di sottrarsi ai legacci dell’istituzione totale, del silenzio e della dimenticanza.

La sua storia comincia in un orfanotrofio, dopo la perdita di entrambi i genitori. Qui subisce la severità dei preti e il bullismo dei ragazzi più grandi, finché una donna svizzera, benestante, decide di adottarlo. Ha dodici anni, e per un momento sembra intravedere un futuro diverso. Ma dopo appena due mesi la donna lo riporta in collegio:
«È troppo taciturno, sembra sempre triste. Ha qualcosa che non va».

Viene visitato da diversi specialisti: nessuno riscontra problemi psichiatrici. Eppure, per il rifiuto dell’orfanotrofio e della famiglia adottiva, Paolini finisce comunque nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Roma. Da quel momento, il silenzio: i preti, gli insegnanti, la benefattrice svizzera, persino sua sorella — anch’ella in un altro istituto — smettono di cercarlo. A quindici anni viene trasferito al famigerato Reparto VI, dove gli internati sono sottoposti a elettroshock.

Nelle sue memorie scrive:
«Avevo 15 anni, appena ho sentito che ero destinato all’elettroshock ho avuto l’impressione che tutto mi crollasse addosso. Ero preso dalla paura. Dopo il trattamento mi sentivo ferito dentro: come se qualcuno avesse violentato la mia anima, come se si fosse introdotto in un posto che apparteneva solo a me per devastarlo».

Con il tempo Paolini riesce a ottenere il trasferimento al Reparto XX, la sezione destinata a chi è in grado di lavorare. Sfugge alla terapia dell’elettroshock, ma non all’etichetta che le suore gli sussurrano alle spalle: “il bambino dell’elettroshock”. È in quella fase che nasce il suo bisogno di scrivere. Non gli è permesso avere quaderni o penne, così escogita un metodo ingegnoso e clandestino: foglietti minuscoli, arrotolati, nascosti nelle maniche o nelle scarpe, protetti dalle tasche troppo piccole dei pazienti.

Scrive di tutto: emozioni, ricordi, riflessioni, versi. Una pratica ostinata e precisa, un rito quotidiano che gli permette di mantenere lucidità, identità, speranza. Da quei frammenti nascerà molti anni dopo il suo libro più importante, Avevo solo le mie tasche (Sensibili alle foglie), che raccoglie i manoscritti composti tra le mura del manicomio.

Paolini lascerà la clinica soltanto alla fine degli anni Novanta, quando ha ormai quasi settant’anni. Gli ultimi vent’anni della sua vita li dedicherà alla memoria, alle testimonianze pubbliche, agli incontri nelle scuole. 

La scrittura — quella stessa pratica segreta nata per necessità — diventa così non solo il filo che lo ha tenuto ancorato alla ragione, ma anche una forma di giustizia tardiva: il suo modo di evadere, finalmente, dalla camicia di forza dell’oblio. Vi lascio un breve e sentito estratto dal suo bellissimo libro:



*

Zitti! Smettete di gridare,
tornate al vostro lavoro.
Il mondo non ascolta la vostra voce
stordito da mille proteste,
da mille rivendicazioni.

Qualcuno che siede più in alto
di voi, al riparo
da qualsiasi legge,
ha deciso il vostro destino.

è vano invocare giustizia
o un poco di umanità.

** 
Al primo soffio, tiepido, d'aprile
tutto di fiori si ricopre il prato.
Si ridesta ogni nido, ogni covile
e la gioia ritorna al creato.

Ma nuova pena si risveglia nel cuore
di chi rinchiuso al manicomio sta,
e ripensa con più vivo dolore
alla sua casa e alla perduta libertà.

***
Come è possibile, mi domando a volte,
camminare sui prati verdi
e avere l'animo triste?

Essere immersi nel caldo sole,
mentre tutto d'intorno sorride
e avere l'angoscia nel cuore?

Lasciate a noi le vostre tristezze!
A noi che non possiamo andare nei prati
e non vediamo mai il sole.

****

Questi edifici rimessi a nuovo
queste squallide recinsioni
conservano il ricordo di tante sofferenze
il ricordo di tanti drammi ignorati.

Non sorridete voi che passate
non irridete le nostre stranezze
conserviamo anche noi i nostri drammi
il ricordo di tanti morti ignorati.

*****
Perché fisso lo sguardo spingi
di tra le sbarre di quella finestra,
povero pazzo?

Speri forse di rivedere
qualcuno dei tuoi?
Rassegnati. 
Tua madre non ti vuole più.
I tuoi fratelli ti hanno dimenticato.

mercoledì 17 settembre 2025

Il silenzio di Paolo, il grido di tutti noi


La notizia della morte di Paolo Mendico, un bambino che ha deciso di togliersi la vita a causa delle umiliazioni subite dai coetanei, è un pugno nello stomaco che lascia senza respiro. Ogni volta che accade, ci ripetiamo che non dovrebbe più succedere, che “mai più” dovrebbe essere la parola d’ordine. E invece il tempo passa, le commemorazioni si consumano, e tutto ritorna come prima.

Il bullismo continua a mietere vittime nel silenzio, con la crudeltà cieca e spietata di chi non conosce ancora la misura del dolore che infligge. Le istituzioni parlano, lanciano campagne, celebrano giornate contro la violenza tra i giovani, ma le parole evaporano nel vento se non diventano azione, presenza, educazione viva e concreta.

Viviamo in una società che ha dimenticato il valore della responsabilità collettiva. I ragazzi vengono lasciati soli, consegnati a schermi che amplificano l’odio, ad ambienti scolastici dove spesso l’indifferenza vale più della cura. Si parla di “generazione fragile”, ma fragili non nascono: fragili li rendiamo, con l’assenza degli adulti, con la superficialità di famiglie distratte e di una scuola che troppo spesso abdica al suo ruolo educativo.

In questo vuoto, il piccolo Paolo ha gridato con il silenzio il dolore che nessuno ha voluto ascoltare. Il suo gesto estremo non è solo il fallimento dei bulli che lo hanno tormentato, ma il fallimento di una comunità intera che non è stata capace di proteggerlo.